La fucilazione di Renato Tartarotti

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La fucilazione di Renato Tartarotti

14.1. L’ultima esecuzione

Martedì 2 ottobre 1945, alle ore sei,  nel Poligono di tiro di via Agucchi fu eseguita la sentenza di condanna a morte di Renato Tartarotti da parte di un plotone d’esecuzione composto da 12 agenti di P.S. in divisa, agli ordini del S. Tenente di Polizia Dr. Carlo Galli.

Era l’ultimo atto di una lunga serie di fucilazioni avvenute al Poligono di tiro, stavolta però a parti invertite : a dare la schiena alla raffica dei colpi del plotone d’esecuzione c’era l’autore materiale di tante condanne a morte precedenti e di gran parte dei più efferati episodi di violenza che avevano accompagnato la dolorosa stagione della guerra civile nel Bolognese.

Seguendo le disposizioni “Urgentissime” impartite dalla questura con nota n.02002, sia all’interno sia  all’esterno dell’area del Poligono era stato approntato un robusto servizio d’ordine, posto sotto il comando del commissario Capo di P.S. Dr. Attilio Grasso, coadiuvato dai V. commissarii Dr. Mastrorilli e Dott. Flora. A loro disposizione erano stati messi 120 agenti di P.S. mobilitati in questura fin dalla 4.00 del mattino e altri 80 erano stati collocati dalle 4.30 al Poligono, perché si temevano manifestazioni popolari che potessero interferire o disturbare l’esecuzione, cosa che in realtà non avvenne affatto.

Proprio per timore di disordini era stato deciso in anticipo che l’esecuzione non fosse pubblica e che nessun estraneo, tranne gli autorizzati, potesse accedere al poligono. Si voleva che la fucilazione fosse la meno appariscente possibile ed anche per questo era stata fissata così presto di mattina.

Due autocarri trasportarono gli Agenti e il Dr. Galli. Un servizio d’ordine altrettanto discreto presidiò il carcere di S. Giovanni in Monte, mentre la Compagnia Interna CC.RR. provvedeva a prelevare il detenuto per trasportarlo al luogo deputato all’esecuzione.

Tartarotti riceve assistenza spirituale prima dell’esecuzione. Fondo Arbizzani-Istituto Parri

Tartarotti riceve assistenza spirituale prima dell’esecuzione.
Fondo Arbizzani-Istituto Parri

Fu deciso inoltre  di protrarre le misure d’ordine pubblico anche dopo l’esecuzione e fino al trasferimento della salma alla Certosa, ancora con l’intento di evitare dimostrazioni. Per fronteggiare qualsiasi evenienza, comunque, furono tenuti a disposizione in questura 15 Agenti di P.S..

Tuttavia non ci furono incidenti nemmeno dopo, tanto che il prefetto Borghesi il 3 ottobre potè spedire un telegramma al Ministero degli Interni a Roma per assicurare che la sentenza capitale,  decretata il 4 luglio 1945 dalla Corte Straordinaria d’Assise di Bologna, era stata eseguita e “che tutto si era svolto entro le ore 6.15 senza alcun turbamento dell’ordine pubblico”.

14.2. Arresto,  processo e condanna di Renato Tartarotti

Renato Tartarotti si era allontanato da Bologna nel settembre del ’44 portando con sé  gli uomini della Compagnia Autonoma Speciale, al seguito del Questore Tebaldi, trasferito a Trieste.
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Il mandato di cattura per Renato Tartarotti – Archivio di stato, Fascicolo Tartarotti

Il mandato di cattura per Renato Tartarotti – Archivio di stato, Fascicolo Tartarotti

Nei primi mesi del ‘45  era insediato a Vobarno, la cittadina delle acciaierie Falck, sul lago di Garda, a 8 Km da Salò ed è lì che fu arrestato con i suoi uomini, a seguito di soprusi e violenze perpetrate ai danni anche della popolazione locale, secondo quanto afferma il libello citato Vita, crimini, condanna del famigerato ‘capitano’ Tartarotti….. Fu rinchiuso nelle carceri giudiziarie di Brescia, da dove però riuscì a fuggire, dandosi alla macchia con alcuni dei suoi uomini più fedeli. Solo dopo qualche tempo fu catturato nuovamente in Val Trompia dai gappisti della 136. brigata Garibaldi, che lo riportarono nelle carceri dell’Arsenale di Brescia.

Da lì lo prelevò per riportarlo a Bologna il vice commissario Osvaldo Pini, che nella volontà di assicurare al Tribunale di Bologna Renato Tartarotti, oltre a motivi istituzionali, era spinto anche da ragioni personali, essendo stato amico intimo di Giovanni Gatto, fatto fucilare proprio dal Cap. della C.A.S.

Giunse a Bologna alle 20.45 del 14 Maggio e fu scaricato dalla vettura davanti alla Questura Centrale, dove, nonostante l’ora tarda e il buio, venne riconosciuto dalla madre di una delle sue vittime, che, facendosi largo tra gli agenti, lo aggredì, riuscendo a colpirlo con alcuni pugni. Fu questo l’unico segno dell’odio popolare di cui era oggetto, che arrivò materialmente a colpire l’ex-capitano della C.A.S, prima dell’esecuzione.

Tartarotti in manette . Fondo Arbizzani-Istituto Parri

Tartarotti in manette . Fondo Arbizzani-Istituto Parri

Il 3 luglio alla Corte d’Assise Straordinaria di Bologna si celebrò il processo intentato contro di lui e contro tre dei suoi complici : Alessandro Molmenti, i fratelli Paolo ed Alberto Gamberini.

Per motivi di ordine pubblico durante l’udienza non furono ammessi in aula spettatori, ma allo scopo di andare incontro al desiderio di informazione della cittadinanza venne disposto un collegamento radiofonico, realizzato attraverso quattro microfoni di Radio-Bologna, che permise agli ascoltatori di seguire tutte le fasi del processo, anche attraverso altoparlanti collocati in alcune piazze della città. Dentro e fuori dall’aula, intorno al Palazzo di Giustizia, fu allestito un attento servizio d’ordine.

L’aula era comunque piena, gremita da esponenti del C.N.L. invitati, da rappresentanti dei partiti, da partigiani mutilati e feriti, da parenti delle vittime, dai rappresentanti della stampa che erano numerosi ed occupavano un intero bancone sulla destra. La corte era presieduta dal Comm. Leonetti, la pubblica accusa era rappresentata dal Comm. Laurens.

Alle 9.30 ebbe inizio l’interrogatorio e il Presidente chiese a Tartarotti di raccontare le vicende della sua carriera che lo avevano portato a raggiungere il grado di capitano. Imputato di triplice omicidio per avere il 19 aprile ’44 ucciso il giovane Paolini e altri due sconosciuti a san Giovanni Valdarno e di collaborazionismo col nemico (vedi doc.), in sua difesa Tartarotti affermò di essere stato solo un esecutore che aveva attuato ordini ricevuti da «sfere  più alte».

Freddo ed impassibile all’inizio della seduta, Tartarotti iniziò ad agitarsi inquieto quando cominciarono a sfilare i testi dell’accusa, di fronte ai quali fu inutile qualsiasi tentativo di scagionarsi, tra di loro la madre di Stenio Polischi, torturato per giorni poi impiccato per strada con il filo di ferro dagli uomini della C.A.S..

Il giorno seguente, l’aula del tribunale visse un momento di forte commozione quando Anna Fantini, madre di un sedicenne della brigata “Temporale”, Adolfo, rivolgendosi a Tartarotti, inginocchiata vicino alla gabbia che lo rinchiudeva, gli chiese più volte di rivelare dove avesse sepolto il corpo del figlio.
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L’accusa nella sua arringa fece rilevare il ruolo cruciale della  figura di Renato Tartarotti nella situazione particolare del periodo nazifascista a Bologna, concludendo con la richiesta della pena di morte mediante fucilazione alla schiena per lui e anche per il suo fidato aiutante, Molmenti Alessandro.

L’avvocato Bruno, che parlò in difesa di Tartarotti, cercò di avvalorare la tesi della minorazione psichica per l’imputato, affetto da tara luetica.

Alle 17.00 la corte si ritirò in camera di consiglio per deliberare e si ripresentò alle 19.00 per annunciare la sentenza : Tartarotti Renato venne condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena, Molmenti Alessandro subì la medesima condanna, mentre agli altri due complici, Gamberini Alberto e  Paolo, furono attribuiti rispettivamente  30 anni e  8 anni e 4 mesi di reclusione. Il pubblico presente in aula applaudì al verdetto, accolto da Tartarotti e Molmenti con imperturbabilità e dai fratelli Gamberini con evidente sollievo.

Verso le 19.30 una folla numerosa si raccolse nella piazza del Tribunale per protestare contro la sentenza decretata nei confronti dei fratelli Gamberini, che apparve ai più troppo blanda, ma furono tutti fatti sgombrare non senza qualche incidente dalle forze di polizia.

Nonostante alla fine del processo Tartarotti avesse espresso l’intenzione di non appellarsi alla sentenza, in realtà tramite il suo avvocato egli fece ricorso alla Suprema Corte di Cassazione, che tuttavia in data 6 agosto 1945  lo rigettò.
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14.3. Il ruolo di  Tartarotti a Bologna

Figlio primogenito di Azzoni Argia e di Stellino, Renato Tartarotti era originario di Mantova, dove era nato il 26 gennaio 1916 in una famiglia che divenne ben presto numerosa, con la nascita di altri quattro maschi. A Mantova frequentò le scuole elementari,  ma  abbandonò gli studi per fare il venditore ambulante.

Nel 1934 a 18 anni si trasferì a Bologna con la famiglia e qui iniziò la carriera militare:  si arruolò volontario come fante, iscrivendosi ad un  corso allievi sottufficiali dove venne promosso al grado di sergente. Nel 1935 si arruolò volontario nella divisione Granatieri-mitraglieri “Savoia”, con destinazione l’A.O.I (Africa Orientale Italiana ) ed operò soprattutto nelle regioni dei Galla e dei Sidamo, in Etiopia sud-orientale, partecipando ad alcune azioni belliche.

Ottenuto il congedo, tornò in Italia, trovò impiego a Bologna presso la ditta Petroncini come rappresentante fino al ’39, poi venne assunto come archivista nel Fabriguerra (Il Ministero della produzione bellica) fino al suo licenziamento per irregolarità. Rientrato nell’esercito, fu impiegato con il grado di sergente maggiore anche in Croazia e Slovenia.

Dopo l’armistizio tornò a Bologna e si arruolò nella polizia (prima federale e poi ausiliaria) e fu allora che la sua carriera ebbe un’impennata, a seguito del suo incontro con Giovanni Tebaldi,  che era arrivato a Bologna fin dal  novembre 1943 per ricoprire il ruolo di questore, dopo essersi distinto per la fedeltà fascista a Perugia dopo l’8 settembre, allorchè si autonominò capo della polizia ed eseguì numerosi arresti, compresi quello del prefetto e del questore di Perugia.

Tebaldi scelse Tartarotti come sua guardia del corpo, poi, in occasione del mortale attentato al federale Facchini, lo coinvolse nella repressione che ne seguì, compresa la fucilazione per rappresaglia, che il questore affidò proprio a lui, a seguito della quale Tartarotti rimase ferito ad una coscia e fu ricoverato in ospedale per circa un mese. Quindi lo premiò con il grado di sottotenente, lo spedì ad un corso di formazione, tornato dal quale gli dette l’incarico di comandare con il grado di capitano un reparto autonomo della Polizia ausiliaria, dal giugno all’ottobre 1944, affidandogli il compito del contrasto alla lotta partigiana.

Fu in questo intervallo di tempo che avvennero alcuni degli episodi più cruenti compiuti da Tartarotti e dalla C.A.S., poi contestatigli durante gli interrogatori seguiti all’arresto : l’uccisione alla Certosa la notte del 1 aprile del ’44 di Edera De Giovanni, Egon Brass e compagni, la fucilazione per rappresaglia del 30 agosto del ’44, seguita al rapimento e morte di Zambonelli, l’impiccagione di Stelio Polischi, le torture inflitte ai tanti partigiani, ma anche semplici cittadini a cui estorcere denaro e valori come il gioielliere Rubbi, portati alla sede della C.A.S., al piano inferiore della villa abitata dal questore Tebaldi in via Siepelunga, la “Villa Triste” bolognese, in cui tanti perdettero la vita, come Irma Bandiera .

Anzi, a Villa Camponati in via Siepelunga, come accertò “la Corte, si istituì una sorta di «seconda questura che si occupava di fatti politici» e che, «se anche amministrativamente era autonoma, funzionalmente dipendeva dal Questore e ne costituiva il corpo di guardia» La compagnia infatti era comandata da Tartarotti ma riceveva ordini anche da Tebaldi che «aveva sul Tartarotti piena autorità sia di diritto che di fatto»” (vedi bibliografia/ sitografia : I.Manchia).

Tartarotti e la Compagnia autonoma speciale, o C.A.S., continuarono a operare a Bologna fino al settembre 1944, dopo di che il reparto fu spostato a Trieste, dove era già stato trasferito Tebaldi, sostituito a Bologna da Fabiani. Tartarotti e Fabiani  entrarono in conflitto  soprattutto dopo che il capitano della C.A.S. si rifiutò di comandare la fucilazione dei membri del Partito d’azione condannati a morte.

Questo rifiuto per Tartarotti rappresentò la  fine della parabola ascendente e l’inizio della caduta. Montarono contro di lui le accuse di irregolarità nella gestione finanziaria del corpo, che si tradussero in una denuncia prodotta dallo stesso questore Tebaldi.

Il questore Tebaldi perciò fu all’origine dell’ascesa ma anche della caduta di Renato Tartarotti, che nel momento per tanti del “si salvi chi può” divenne il capro espiatorio su cui far convergere in via esclusiva tutto l’odio popolare e la responsabilità dei crimini perpetrati, mentre altri, più in alto, si preparavano la strada della salvezza, prendendo le distanze da lui e avvicinandosi alle nuove forze emergenti della nazione.

14.4. Il questore Tebaldi “si dilegua”

       Mentre Tartarotti pagava con la vita i crimini di cui si era macchiato, quale fu la sorte del suo superiore diretto, il questore Giovanni Tebaldi fu Luigi, nato a Modena il 24 luglio 1903 ?

Ce lo attestano due documenti della Polizia della Venezia Giulia, divisione criminale investigativa, datati  il primo 17 febbraio 1946, spedito alle questure di Bologna, di Venezia e di Bolzano, e l’altro 8 gennaio 1947, rivolto al Ministero dell’Interno-Direzione Generale della P.S.-Divisione S.I.S.-sezione I  (C.P.C.) e alle prefetture di Terni, Perugia, Bologna, Modena. Entrambi i documenti dichiarano che Tebaldi “già questore repubblichino” rimase a dirigere la questura di Trieste dall’ottobre del ’44  fino all’aprile del 1945.

In tutti e due i fogli informativi si loda il comportamento in servizio nel periodo sopradetto dell’ex-questore, in uno definito addirittura “esemplare”, perché “favorì in tutti i modi il movimento partigiano” “ostacolando la politica dell’occupatore tedesco, che in questo territorio, denominato Litorale Adriatico, si era orientata verso la tendenza filo-slava.” Anzi “ negli ultimi tempi antecedenti alla liberazione costituì un reparto armato di polizia” (ce lo aveva per vizio, evidentemente!)” col compito di partecipare al momento opportuno alla cacciata dei tedeschi. A tale scopo ebbe contatti col Comitato di Liberazione Italiano e corse il rischio negli ultimi giorni di essere arrestato dalle SS germaniche”.

Dopo il 1° maggio del ’45 fu catturato dalle truppe iugoslave ed internato in un campo di concentramento per 50 giorni, poi fu dimesso. Fece ritorno a Trieste, dove prese alloggio in una camera ammobiliata in via Fabio Severo 17, presso Sollinger e lì rimase fino alla fine del dicembre 1945, quando si allontanò poi per ignota destinazione, dileguandosi.

In entrambi i documenti si sostiene che “nel novembre del 1944 fece arrestare il famigerato Renato Tartarotti e i componenti la sua banda che l’avevano seguito da Bologna, ciò che non gli era stato possibile effettuare in quella città, dove il Tartarotti godeva forte protezione da parte di gerarchi locali e di personalità del governo repubblichino tra cui il ministro Buffarini”.(sic !)

Alla data dell’ 8 gennaio 1947 Tebaldi risultava ricercato perché colpito da un ordine di cattura della Corte d’Assise Straordinaria di Bologna, che comunque lo condannò in primo grado a 9 anni di reclusione, poi ridotti a 2.

Considerato che Tartarotti fu esecutore materiale, per quanto zelante e sadico, mentre Tebaldi fu superiore gerarchico, responsabile, mandante, la sperequazione nelle decisioni della giustizia appaiono evidenti.

Il foglio informativo della Polizia della Venezia Giulia dell’8 gennaio del 1947. Archivio di Stato di Bologna

Il foglio informativo della Polizia della Venezia Giulia dell’8 gennaio del 1947.
Archivio di Stato di Bologna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Biblografia e sitografia

  • Bergonzini La svastica a Bologna.Settembre 1943-aprile 1945. Edizioni Il Mulino 1998

–          I. Manchia La Compagnia autonoma speciale e il suo capitano Renato Tartarotti. Analisi delle carte processuali della Corte d’assise straordinaria di Bologna  su http://www.percorsistorici.it/

  • Vita, crimini, condanna del famigerato ‘capitano’ Tartarotti : *fotocronaca completa del processo Tartarotti...STEB ediz. Bo 1945- Biblioteca digitale Istituto Parri.

http://www.storiaememoriadibologna.it/files/vecchio_archivio/

 

Archivio di Stato di Bologna, fascicolo Tartarotti, Tebaldi e gli altri

Istituto Parri-Fondo Arbizzani.

Emeroteca Istituto Parri